Tre giorni, due mari e un viaggio dentro se stessi
Ci sono cammini che attraversano luoghi, e altri che attraversano le persone che li percorrono. Il Kalabria Coast to Coast appartiene a entrambe le categorie.
In tre giorni di cammino, da Soverato a Pizzo Calabro, abbiamo attraversato la Calabria nel suo punto più stretto — circa 55 chilometri di salite, boschi, colline e incontri — ma soprattutto ci siamo attraversati dentro, ritrovando passo dopo passo il senso dell’essere presenti.
Con e-jamu, domenica dopo domenica, esploriamo luoghi, storie e percorsi. Ma questo viaggio — il nostro Kalabria Coast to Coast — è stato qualcosa di più profondo. È stato il ritorno all’essenziale: il silenzio dei sentieri, l’accoglienza delle persone e quella complicità di gruppo che cresce solo nella fatica condivisa.
La vigilia: Soverato, un tavolo che sa di mare
Tutto è iniziato giovedì 9 ottobre 2025 al ristorante Brezza di Soverato, tra pesce fresco e vino serviti con quella gentilezza tutta calabrese. Al nostro tavolo c’eravamo io, Domenico, Michele, Marilia, Manuela e Luigina. Ridevamo, tra la tensione e l’entusiasmo per ciò che ci aspettava: tre giorni di cammino, tre giorni di vita lenta.
Dopo cena, passeggiata sul lungomare di Soverato, con Luigina a farci da “guida locale improvvisata”. Ci mostra dove prendere la colazione e comprare le provviste per il giorno dopo. Il mare notturno aveva quel profumo di salsedine misto ad eccitazione che precede le partenze.
Al B&B chiudiamo la serata in leggerezza: chi è teso, chi già pianifica il percorso. La risata più grande, però, arriva quando Domenico accusa Michele di avere le scarpe puzzolenti… e la mattina seguente scopriamo che era stato lui a pestare qualcosa di ben più “naturale”! Momenti così, apparentemente banali, costruiscono l’alchimia di un gruppo che sta per diventare molto più di un insieme di camminatori.
Primo giorno: dal mare alle colline – Soverato → San Vito sullo Ionio (20,5 km)
L’inizio del viaggio e il primo timbro
Il primo giorno inizia presto. Sveglia alle 7, doccia veloce e preparazione degli zaini con quella cura maniacale che solo chi cammina conosce. Alle 9:30, colazione al bar di Soverato: caffè fumante, cornetto ai frutti di bosco e un liquore alla liquirizia ordinato da qualcuno del gruppo per la “pressione bassa”. Scoppia subito l’ilarità generale — un segnale che lo spirito è quello giusto.
Il primo timbro sul passaporto del camminatore è un momento quasi solenne. Quel piccolo gesto burocratico assume improvvisamente un significato rituale: sei ufficialmente entrato nel cammino, sei parte di qualcosa più grande di te.
Dopo una tappa al supermercato per panini con prosciutto cotto e provola e due litri d’acqua nella sacca idrica, ci dirigiamo verso il lungomare. La foto di rito davanti alla scritta gigante “Soverato” sancisce l’inizio ufficiale: sorrisi larghi, zaini in spalla, mare alle spalle. Siamo pronti.
I primi chilometri e il risveglio del corpo
I primi cinque chilometri scorrono leggeri, quasi ingannevolmente facili. Il sentiero costeggia zone residenziali e poi si apre tra uliveti e colline. L’aria è fresca, il gruppo chiacchiera, i passi trovano naturalmente un ritmo comune. Ma intorno al quinto chilometro — dove incontriamo un gregge di pecore intente a pascolare tranquille — comincio a sentire la prima vescica sulla pianta del piede sinistro. È solo un piccolo fastidio, ma so già che mi accompagnerà per tutta la giornata.
Al sesto chilometro inizia la prima vera salita, quella che sale verso Petrizzi e che ti fa capire subito se la preparazione è stata adeguata. La strada è quasi tutta su asfalto, il sole picchia senza pietà e il dislivello inizia a farsi sentire. Si cammina in silenzio, ognuno concentrato sul proprio respiro, sulla propria andatura. Qualcuno rallenta, qualcun altro accelera leggermente, ma il gruppo resta coeso.
Pausa, sorrisi e il senso del gruppo
Al nono chilometro e 440 metri di dislivello, ci fermiamo per la pausa pranzo. I panini non sono mai stati così buoni: il sudore dà sapore a tutto. Ci sediamo su un muretto a bordo strada, gambe stanche ma spirito alto. È in questi momenti che il gruppo si cementa: si condividono acqua, barrette energetiche, battute e incoraggiamenti. Nessuno è solo nella propria fatica.
I primi timbri e l’ospitalità di San Vito
A Petrizzi arriviamo alle 15:30. Qui metto due timbri nuovi: uno al Bar Matis e l’altro da “Sutta u Chiuppu – i racconti di Pietro”, un signore del posto che accoglie simbolicamente i pellegrini con il suo timbro personalizzato. Marilia decide di fermarsi — scarpe alte e strade ripide non vanno d’accordo, ma lo fa col sorriso e con l’accoglienza di chi ha capito dove termina la propria tappa.
Il resto del gruppo prosegue, attraversa il torrente Beltrame e un caratteristico tunnel dove ci fermiamo per le foto di rito. Al diciottesimo chilometro, ultima pausa prima dell’arrivo: condivido il mio panino rimasto con Domenico, mentre in lontananza vediamo una macchina avvicinarsi. È il gestore del B&B “U Siracu” (che in dialetto significa “Baco da Seta”) che, preoccupato, è venuto a controllare se stessimo bene e avessimo bisogno di qualcosa. Quel gesto ci scalda il cuore: è l’ospitalità calabrese nella sua forma più pura.
Arriviamo poco dopo al B&B di San Vito sullo Ionio completamente distrutti ma felici. La doccia è quasi un rito di purificazione. Scopro che la vescica è seria: senza una gestione adeguata potrebbe compromettere l’intero cammino. Corsa rapida alla farmacia per cerotti specifici e crema per camminatori.
Alle 19:30, birra al bar Arcobaleno con timbro di rito — perché ogni tappa va certificata e celebrata. Alle 20:15, cena al ristorante Foglia d’Oro: hamburger di manzo, patatine e una millefoglie che sa di vittoria. È qui che nasce un’altra di quelle iniziative che rendono speciale l’ospitalità calabrese: il gestore del ristorante, vedendoci stanchi e carichi, si offre di trasportare gli zaini delle ragazze e i vestiti di ricambio direttamente al B&B di Monterosso per la tappa successiva. Un gesto generoso che alleggerirà notevolmente il secondo giorno.
A sera inoltrata, a letto, i pensieri non si fermano: la stanchezza si mischia alla gratitudine.















Secondo giorno: nel cuore selvaggio delle Serre Calabresi – San Vito → Monterosso Calabro (23,5 km)
Sveglia presto, colazione nella taverna del B&B in legno e pietra – un luogo che sembra uscito da un romanzo. Strumenti musicali alle pareti, dettagli in ferro battuto, odore di legna e calore umano vero. Pane, marmellate, strumenti pronti per chi volesse suonare: un’atmosfera di compagnia calma e sorridente.
Zaini più leggeri (grazie al trasporto), mente pronta. Sappiamo che sarà la “tappa regina”: 23,5 km nel cuore delle Serre Calabresi con quasi 1000 metri di dislivello.
Salite, faggi e prime fonti
La salita inizia subito, decisa e senza compromessi. Il sentiero si inerpica tra boschi di faggi secolari, dove la luce filtra a fatica tra le fronde creando un’atmosfera quasi mistica. Al secondo chilometro e mezzo raggiungiamo la prima fonte d’acqua naturale: ci fermiamo a ricaricare le borracce con quell’acqua gelida che ha il sapore puro della montagna.
Il silenzio del bosco è rotto solo dal suono dei nostri passi, dal respiro che si fa più pesante e dal canto di qualche uccello. Il ritmo si fa più lento ma costante. Ognuno trova la propria andatura, ma il gruppo resta vicino, visibile l’uno all’altro.
Il Lago Acero, Esperiandanze e l’incontro con il “Fungiaro”
Raggiungiamo il Lago Acero, uno specchio d’acqua incastonato tra le montagne che sembra un dipinto impressionista. Qui facciamo una pausa più lunga, scattiamo foto di gruppo e ci ricongiungiamo con altri camminatori che stanno percorrendo lo stesso itinerario.
Sono un altro gruppo guidati dal nostro amico Luigi Candalise di Esperiandanti. Con lui avevamo già condiviso eventi in passato, ed è emozionante ritrovarsi tra passi e panorami comuni. Per Luigi, questo è il 13° Kalabria Coast to Coast — e la sua esperienza si rivela preziosa. Scambia con noi consigli, ci incoraggia, ci racconta quanto ogni edizione sia diversa e speciale.
Ma l’incontro più memorabile della giornata avviene poco dopo: tre uomini dediti alla raccolta di funghi ci incrociano sul sentiero. Uno di loro, Domenico (che ribattezziamo immediatamente “Fungiaro”), è così simpatico e coinvolgente che ci fermiamo volentieri ad ascoltarlo. Ha un bastone personalizzato che chiama “Odino” e ci racconta con orgoglio infantile la sua passione per i funghi, mostrandoci il raccolto del giorno come se fossero tesori preziosi.
Ci scambiamo i numeri di telefono. Durante il resto del cammino, il Fungiaro mi manderà video esilaranti delle sue giornate di ricerca tra i boschi. Questi incontri casuali, questi frammenti di umanità autentica, sono spesso i ricordi più preziosi che un cammino può regalare.
Pausa pranzo ad alta quota
Al settimo chilometro e quasi 1000 metri di altezza ci fermiamo per il pranzo in uno spiazzo dove il paesaggio qui è completamente diverso da quello di partenza: non c’è più traccia di mare, solo montagne, boschi e cielo. Mangiamo lentamente, godendoci il silenzio e la pace che solo la montagna sa offrire.
Le nivere e la Pietra della Fata
Al decimo chilometro incontriamo la prima nivera: antica struttura in pietra usata per la raccolta e conservazione del ghiaccio. Sono testimonianze di un passato in cui la montagna era risorsa di vita, non solo meta turistica. Ci fermiamo ad osservarla, immaginando il lavoro duro di chi, generazioni fa, raccoglieva qui il ghiaccio per conservarlo fino all’estate.
Poco dopo, al chilometro 10,9, raggiungiamo la Pietra della Fata, un megalite preistorico che emana un’energia particolare. La roccia è enorme, appoggiata in equilibrio precario su un’altra, e la leggenda vuole che sia stata posata lì dalle fate. Foto di gruppo obbligatoria: questi luoghi carichi di storia e mistero vanno celebrati.
La discesa che mette alla prova
Dopo l’area picnic al tredicesimo chilometro, inizia quello che tutti ricorderanno come il momento più difficile dell’intero Coast to Coast: una discesa ripidissima di 5 chilometri che mette a dura prova ginocchia, caviglie e anche lo spirito.
I bastoncini diventano indispensabili. Ogni passo va calcolato, ogni appoggio verificato. Il gruppo si allunga: c’è chi scende veloce, chi preferisce prendersi tutto il tempo necessario. Ma nessuno viene abbandonato: chi arriva prima aspetta, incoraggia, offre acqua.
Monterosso e l’accoglienza autentica
Alle 17:00, dopo sette ore e mezza di cammino, arriviamo a Monterosso Calabro. Le gambe tremano, i piedi sono doloranti, ma il sorriso è largo. Veniamo accolti da signore anziane sedute davanti alla chiesa del Carmine, intente a valutare vestiario da un commerciante porta a porta straniero. Sono scene di vita quotidiana che non si vedono più in molti paesi: qui il tempo sembra essersi fermato, e questo ha un fascino incredibile.
Il B&B ci attende con le sue scale ripide — le gambe protestano ad ogni gradino. Abbiamo due appartamenti separati per uomini e donne. Doccia calda, tè caldo, e finalmente un momento di quiete per metabolizzare la fatica.
La cena al ristorante Manzo Criminale: carne perfettamente grigliata, pizza fragrante per chi la preferisce, birre e vino fresco. Anche qui ritroviamo il gruppo degli Esperiandanti e condividiamo la serata: due gruppi, un’unica energia.
Il giorno si chiude con delle buonissime cald’arroste che sembrano manna dal cielo, e rum per brindare a una giornata che difficilmente dimenticheremo. Il gruppo è più unito che mai: la fatica condivisa crea legami più forti di mille parole.














Terzo giorno: dal lago al mare – Monterosso → Pizzo Calabro (19 km)
La terza tappa inizia con quella malinconia dolce che accompagna la fine. Si lascia Monterosso tra saluti e sorrisi, con il sole che filtra già limpido tra le colline.
L’ultima sveglia da camminatori
Sveglia alle 7, colazione alle 7:45 al Bar da Luca a Monterosso (anche qui timbro sul passaporto) e poco dopo anche al Crazy Bar per avere il timbro personalizzato. Il nostro libretto testimonia ormai un viaggio dentro la vera Calabria.
Partenza alle 8:45 tra le vie colorate del paese, che sembra salutarci con affetto. Oggi è l’ultimo giorno: c’è stanchezza accumulata, ma anche la consapevolezza che tra poche ore avremo completato qualcosa di speciale.
La carriola della memoria
Al terzo chilometro appaiono oliveti e un uomo, sulla settantina, che raccoglie olive con una cariola antica di circa 110 anni — tramandata dal suo bisnonno. Parliamo con lui e l’atmosfera si riempie di aneddoti e profumo di terra.
La scena ci colpisce più del previsto: la carriola è diventata il simbolo silenzioso del nostro cammino, ricordandoci una vecchia avventura di e-jamu sul Pollino, quando Domenico — in un lampo di follia e genialità — salì fino al Rifugio Gaudolino spingendo una carriola carica di zaini, tende, viveri e un cocomero da venti chili. Ma questa, come diciamo sempre, è un’altra storia.
Il Lago Angitola e la solidarietà del gruppo
Al settimo chilometro lasciamo la strada principale per dirigerci verso il Lago Angitola, riserva naturale protetta che ospita numerose specie di uccelli migratori. Al chilometro 8,37 raggiungiamo il rifugio Pasquale Cricenti, con vista lago e area picnic accessibile tramite un cancello con lucchetto a combinazione (il cui codice i camminatori si tramandano).
Qui ci prendiamo una pausa più lunga del solito. Il lago è uno specchio calmo che riflette le montagne e il cielo. L’aria profuma di acqua dolce e vegetazione. È un momento di contemplazione, di gratitudine silenziosa per ciò che abbiamo vissuto.
Quando il gruppo non lascia indietro nessuno
Costeggiamo il lago fino al decimo chilometro, poi inizia l’ultima salita. Le gambe sono ormai al limite, ma la consapevolezza che manca poco ci dà un’energia insospettabile.
È qui che Domenico, con il suo spirito da autentico e-jamu, decide di caricarsi tre zaini addosso, per alleviare il peso delle ragazze del gruppo. Prosegue da solo, salendo costante, sapendo che non si potrà fermare a lungo per non sprecare energia. Dietro di lui, anche Francesco sceglie di continuare al suo passo. Arriveranno a Pizzo un’ora prima di noi, aspettandoci comunque davanti al castello: entreremo tutti insieme, come un solo gruppo.
Al chilometro 12,7 ci fermiamo per recuperare Manuela: si era staccata dal gruppo e bloccata a un bivio, cercando di chiamarci senza campo telefonico. Sono tornato indietro a cercarla quando ho notato che non c’era più dietro di noi. Quando la trovo, il suo sorriso di sollievo vale più di qualsiasi panorama.
Questo è il vero spirito del cammino: nessuno viene lasciato indietro. L’unione fa davvero la forza, e il traguardo ha senso solo se ci si arriva tutti insieme.
L’arrivo e i dodici timbri
Al chilometro 15,7 succede: finalmente vediamo Pizzo dall’alto e il mar Tirreno che si estende all’orizzonte. L’emozione è palpabile. Qualcuno ha gli occhi lucidi. Abbiamo attraversato la Calabria da mare a mare, da costa a costa, con le nostre gambe e la nostra volontà.
Ultima pausa al chilometro 16,7 per riposare i piedi martoriati e prepararci psicologicamente all’ingresso trionfale. Al chilometro 17,5 entriamo nel centro storico di Pizzo: in realtà percorriamo 19 chilometri totali fino al castello, ma a quel punto nessuno conta più, dove troviamo Domenico e Francesco ad accoglierci.
Foto di rito ed emozioni che traboccano. A me, lo ammetto, stavano venendo le lacrime: tre giorni di fatica, dubbi, vesciche, risate e solidarietà culminano in questo momento. Abbiamo fatto qualcosa che non dimenticheremo mai.
Panino e tartufo Tropicale al bar Belvedere: è il premio più dolce dopo 62 chilometri percorsi. Ogni boccone sa di conquista personale, di vittoria collettiva, di gratitudine verso questa terra che ci ha accolto e messo alla prova.
Chiudiamo il Kalabria Coast to Coast con tre nuovi timbri: castello, bar Dante e bar Belvedere. Dodici in tutto, passaporto completo. Ognuno racconta una piccola storia, un volto, un accento, una risata.
Il Collezionista di Venti: epilogo perfetto
Ma l’esperienza non finisce al castello. Ci dirigiamo verso la scultura del “Collezionista di Venti”, l’opera in rete metallica dell’artista Edoardo Tresoldi che dal 2013 domina una delle balconate più suggestive di Pizzo.
La scultura rappresenta un uomo seduto, lo sguardo fisso verso le isole Eolie, che sembra dialogare con tutti i venti che soffiano sul Tirreno. La rete metallica crea un effetto di trasparenza quasi fantasmagorico: a seconda della luce, la figura sembra apparire e svanire, come un pensiero che prende forma.
Ci facciamo una foto di gruppo accanto a questa opera d’arte che rappresenta perfettamente lo spirito del nostro cammino: contemplazione, pazienza, dialogo silenzioso con gli elementi naturali. Tutti insieme guardiamo il tramonto sul Tirreno, con lo Stromboli che si staglia all’orizzonte e il cielo che si tinge di rosso, arancio e viola.
È il momento perfetto per chiudere il cerchio. Da mare a mare, da un’alba piena di dubbi a un tramonto pieno di certezze. Il Collezionista di Venti sembra osservare anche noi, come se raccogliesse anche la nostra storia tra le tante che passano da quella balconata.



















Oltre il traguardo: l’inizio di nuovi cammini
Il Kalabria Coast to Coast finisce ufficialmente a Pizzo, ma la verità è che non finisce davvero. Quel traguardo — segnato da una foto, un tramonto, un abbraccio — è solo un punto di partenza.
Abbiamo imparato che la vera meta non è mai un luogo, ma uno stato d’animo; capito che la fatica condivisa crea legami più forti delle parole; scoperto una Calabria autentica, fatta di persone genuine, paesaggi mozzafiato e ospitalità che scalda il cuore.
Per noi di e-jamu, questa esperienza è stata l’inizio di qualcosa di più grande: nuovi cammini, nuovi eventi, nuove storie da scrivere insieme. Perché ogni volta che si raggiunge un orizzonte, ne appare subito un altro da esplorare.
E così, la fine del cammino non era altro che l’inizio di molti altri — e di una nuova stagione di esperienze firmate e-jamu, fatte di movimento, scoperta e condivisione. Perché camminare insieme significa costruire comunità, significa ritrovare il senso profondo dello stare al mondo.
Il prossimo cammino è già in programma. E tu, ci sarai?
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